Terrorismo e gruppi criminali in Albania

In Albania precede lentamente la crescita dello stato democratico, ostacolata da una crisi economica di difficile superamento e dai problemi di sicurezza e legalità che affliggono il paese. Li affrontiamo in questo dossier realizzato da Polo de donno.

MEK in Albania

TERRORISMOLA PIAGA DEL RADICALISMO ISLAMICO:

La penetrazione jihadista nei Balcani e più in particolare in Albania non si può inquadrare entro uno schema di azione generalizzato ma si basa su specifiche dinamiche che riguardano la debolezza degli assetti statali di controllo di alcune realtà regionali. Come spiega Giovanni Giacalone su “InsideOver”, laddove lo Stato è debole dal punto di vista socio-economico e carente o assente nell’azione di monitoraggio del territorio, trovano terreno fertile le cellule terroristiche. Nel caso albanese si pensava che la dottrina dell’ateismo di Stato, imposta da Hoxha nel 1967, avrebbe scoraggiato la formazione di nuclei religiosi radicali; in realtà tale convinzione non risulta corroborata dai fatti così come è dubbia la tesi opposta, la quale vede la nascita di un focolaio jihadista come reazione uguale e contraria alla visione di Hoxha. In maniera più verosimile, continua Giacalone, tali nuclei sono stati indirettamente favoriti dal clima di tolleranza religiosa che l’intervento comunista ha favorito, all’interno di una comunità a maggioranza musulmana ma con una buona presenza di cattolici, ortodossi e bektashi. Si può dire che il clima di tolleranza reciproca abbia favorito lo sfumarsi del ruolo prioritario della religione in favore del concetto di Nazione o di “albanesità”. L’islamismo di stampo radicale in Albania è un fenomeno di natura esogena, stimolato dalle correnti religiose del Golfo, le quali mirano a diffondere wahabismo e salafismo tramite finanziamenti in denaro di moschee o centri culturali e l’indottrinamento degli imam locali. Come spiega Giacalone, la comunità islamica albanese ha sempre collaborato con le forze di sicurezza per allontanare le frange più radicali; dall’altra parte però esiste il problema dei predicatori di odio più accesi i quali, tramite il web ed i centri islamici non riconosciuti, diffondono i messaggi più radicali del wahabismo e del salafismo (messaggi di intolleranza e prevaricazione). Nel 2014 ci fu una importante operazione di polizia che sgominò una rete jihadista di reclutatori dell’ISIS, capeggiata proprio dai due imam albanesi Genci Balla e Bujar Hysa. Le zone dove si concentra il proselitismo di questi settori radicali sono comprese nella periferia albanese: Elbasan, Cerrik, Kavaja, Librazhd, Pogradec, Scutari, come anche la periferia di Tirana. Come si è potuto osservare in Francia, nel terribile periodo recente delle stragi dell’ISIS, i soggetti presi di mira dalle sirene propagandistiche jihadiste sono giovani in precarie condizioni economiche e sociali (il tipo di individuo povero delle banlieue parigine). Un’ altra fonte di infiltrazione islamista nel paese è costituita dalla Turchia di Erdogan, legata a doppio filo con i Fratelli Musulmani, la quale utilizza il suo potere culturale e politico; è avvenuto, come riporta Giacalone, con la costruzione della più grande moschea dei Balcani a Tirana (circa 32000 metri quadrati), dove gli Imam pronunciano sermoni identici a quelli dei paesi di origine, a forti tinte politiche oltre che ideologico-religiose.

Ricordiamo in secondo luogo che dal 2016 sul suolo albanese si è insediato il quartier generale dei Mujahideen del Popolo d’Iran (MeK), a Manez, vicino Durazzo; da un punto di vista storico questo gruppo aveva sostenuto la battaglia contro lo Shah nel 1963 e poi aveva partecipato alla rivoluzione khomeinista del 1979. Da un punto di vista ideologico si tratta di un sincretismo fra marxismo, femminismo ed islamismo, posizioni che hanno fatto distanziare il gruppo dagli ayatollah e lo hanno fatto avvicinare al regime iracheno di Saddam Hussein. Era stato inserito nella “lista nera” da UE, Usa, Canada e Gran Bretagna per poi essere sdoganato dal Segretario di Stato Hillary Clinton durante il primo mandato presidenziale di Obama. Visto come portatore di democrazia e libertà in Iran dalla sponda americana ed al contrario come organizzazione terroristica da Teheran, certamente trattasi di un inquilino estremamente scomodo per l’Albania, soprattutto in un contesto di multietnicità come quello balcanico. Come viene riportato all’interno di un articolo di Margherita Furlan sulla rivista “Antimafia Duemila”, il Mek è stato coadiuvato in maniera consistente dai servizi segreti americani: per quale obiettivo e con quali compiti? Alcune fonti politiche albanesi hanno avanzato l’ipotesi di uno scambio: dato che “gli americani ci hanno dato il Kosovo, ora dobbiamo dare loro qualcosa in cambio”. Lo storico canadese-albanese Olsi Jazexhi ha addirittura avanzato l’ipotesi che “l’America volesse trasformare l’Albania in un rifugio sicuro per il jihadismo internazionale, un secondo Afghanistan nel cuore dell’Europa”. Si stima che siano circa 4400 i componenti del Mek in Albania, con un gruppo di militanti (secondo un documentario di Al-Jazeera) istruito alle tecniche della diversione informatico-comunicativa in funzione anti-iraniana. Si tratterebbe di una “cyber-jihad” come dice la Furlan, diretta a diffondere false notizie sia in Iran, sia in Europa al fine di screditare il regime di Teheran come possibile interlocutore. Secondo un articolo datato 2015, comparso sull’”Huffington Post”, l’Albania sarebbe diventata un centro di smistamento per jihadisti provenienti da paesi limitrofi, tra cui l’Italia; infatti i nuclei salafiti presenti nel distretto di Librazdhi e in quello di Elbasan da anni offrono appoggio ed ospitalità ai volontari arrivati per via aerea o via mare (al porto di Durazzo), diretti in Siria dopo un transito in Turchia.

FOREIGN FIGHTERS:

Nel ramo dell’analisi delle minacce terroristiche il problema cruciale per il paese balcanico risulta essere quello dei cosiddetti “foreign fighters”. Come sappiamo lo scoppio della guerra in Siria nel 2011 ha prodotto degli effetti e delle ripercussioni non solo sui paesi arabi limitrofi ma anche sulla penisola balcanica. In un articolo del 2019 su “InsideOver”, Giovanni Giacalone spiega come una tale mobilitazione di foreign fighters balcanici per un conflitto lontano non si fosse mai vista nella storia; un segnale della capacità propagandistica del jihadismo nella penisola. Bisogna dividere il fenomeno dei combattenti all’estero fra viaggi di andata e di ritorno. Si stima infatti che l’Albania abbia mobilitato circa 180-200 foreign fighters jihadisti, la metà circa rispetto al Kosovo; considerato il dato di una popolazione di 2.873 milioni di persone si può arguire che il paese abbia ben gestito il problema dei flussi terroristici verso l’esterno. Il “Country report on terrorism”, stilato dal Dipartimento di Stato americano nel 2018, spiega come l’Albania, grazie anche ad una collaborazione ad alti livelli con le agenzie statunitensi, abbia ottenuto buoni risultati, certificati dal Personal Identification Secure Comparison and Evaluation System (Pisces) per proteggere le frontiere albanesi, oltre ai controlli nei nodi marittimi e aeroportuali. Se guardiamo nel complesso alla regione balcanica, dallo scoppio della guerra in Siria sono partite più di mille persone delle quali il 67% uomini, il 15% donne e il 18% bambini. Di questi, 260 combattenti sono morti sui teatri di guerra, 500 si trovano ancora in Siria e in Iraq e 460 circa hanno fatto ritorno nei rispettivi paesi di origine. Quest’ultimo dato fa della regione balcanica occidentale l’area con il maggior numero di combattenti “di ritorno”. Il fenomeno è rimasto circoscritto a Kosovo, Albania, Macedonia del Nord e Bosnia, con un piccolo gruppo di militanti albanesi ancora impegnati nello scenario siriano; tuttavia non bisogna sottovalutarne l’impatto poiché, come sostiene Giacalone, gli individui di rientro da Siria ed Iraq possono essere stati coinvolti in maniera più o meno profonda da Isis ed Al-Qaeda. Per esempio la moglie di un jihadista potrebbe aver svolto un ruolo trascurabile rispetto ad un marito pienamente inserito nelle operazioni terroristiche; così come non si deve trascurare il livello di indottrinamento che potrebbero aver subito i minori, alcuni dei quali coinvolti addirittura nell’esecuzione di prigionieri.
Sebbene dunque l’Albania, più di altri compagni di viaggio balcanici, sembra aver contenuto la minaccia del terrorismo islamico (trascurando il nucleo iraniano prima citato, del quale non si ha un profilo ben delineato), anche attraverso il ricorso ai sistemi di prevenzione statunitensi, dall’altra parte bisogna tenere sotto stretta sorveglianza i luoghi di culto come possibili veicoli di messaggi politici o di radicalismo religioso intollerante ed anche il ruolo di Internet, strumento capace di rendere fluide, rapide e difficilmente tracciabili le informazioni criminali.

GRUPPI CRIMINALIUNO SGUARDO SULLE ROTTE DEL CRIMINE:

Come indicato nel rapporto sulle zone calde del crimine nei Balcani occidentali del 2019, questa regione si presenta come uno snodo vitale nelle rotte del traffico di droga, di armi e di esseri umani. Infatti è situata tra il principale produttore di oppio, cioè l’Afghanistan, ed il più grande mercato di eroina, l’Europa occidentale. Inoltre sta diventando un importante punto di accesso e di scambio per la cocaina, nonchè un luogo di produzione di marijuana (piantagioni albanesi). Innanzitutto il traffico di eroina si muove lungo la cosiddetta “Rotta Balcanica”, la quale origina in Afghanistan e, dopo un transito in Turchia, viene smistata in Europa dai paesi balcanici. Questo percorso poi si divide in un tracciato che da Albania e Montenegro arriva in Italia e in un secondo passaggio dalla Macedonia del Nord e dalla Serbia fino all’Europa centrale (Austria, Svizzera, Slovacchia, Ungheria). Una seconda rotta è quella che concerne il traffico di cocaina e che vede Albania e Montenegro come anelli di congiunzione della catena criminale tra il Sud America e l’Europa. Le navi arrivano solitamente a Durazzo (Albania) e a Bar (Montenegro), per inviare poi la merce a Kosovo e Serbia e da lì commerciarla nell’Europa centrale. Per quanto concerne la cannabis, come abbiamo ricordato, l’Albania è diventato il maggior produttore della regione; le principali destinazioni dei carichi di cannabis sono i porti italiani di Brindisi, Bari ed Otranto, mentre a livelli più bassi si situano Grecia e Turchia. Infine riguardo alle droghe sintetiche, i Balcani svolgono il ruolo di destinatario dei carichi provenienti dall’Olanda; fanno eccezione i casi di produzione locale in Bosnia e Serbia. Non dobbiamo poi dimenticare il commercio illegale di sigarette, nel quale il Montenegro ha un ruolo di assoluta rilevanza; infatti, attraverso l’hub portuale di Bar, contrabbanda sigarette con marchi ufficiali o falsi in Europa, nel Medio Oriente e in Africa. Nel commercio di armi l’Albania si distingue per i traffici con la Mafia siciliana, la quale risulta essere il più assiduo tra i clienti. L’analisi di queste “zone calde” si articola attorno a tre pilastri: 1) la collocazione geografica della regione, punto di transito di tali commerci criminali specialmente attraverso snodi aeroportuali, portuali e zone isolate di confine; 2) la vulnerabilità economica di alcuni paesi rende agevole infiltrarsi in un tessuto povero, caratterizzato da disoccupazione altissima (di lungo termine e specialmente giovanile), emigrazione e conseguenti problemi di natura socio-psicologica; 3) un governo statale debole, spesso implicato in attività illegali o corrotto, connotato per una scarsa presa territoriale e per l’ assetto tipico di paesi non pienamente sviluppati o addirittura arretrati.

UN’ISTANTANEA DEI PRINCIPALI GRUPPI MAFIOSI ALBANESI:

Dalla mappatura effettuata nel 2019 da “Antimafia Duemila” emerge in maniera accurata la dislocazione territoriale dei più rilevanti gruppi criminali albanesi. A Tirana operano 3 organizzazioni criminali strutturate, rafforzatesi dopo la caduta del regime di Hoxha grazie anche a legami corruttivi con la politica e con l’imprenditoria locale. Alcuni si occupano di riciclaggio dei proventi delle attività mafiose; altri gestiscono il traffico di stupefacenti, le estorsioni ed il recupero crediti per conto terzi; c’è chi infine fa investimenti nella ristorazione e nello sfruttamento dei giacimenti di cromo, particolarmente fiorenti in Albania. Non solo ma la città risulta essere anche un importante ufficio di retrovia per le operazioni all’estero, soprattutto in Olanda, Regno Unito, Belgio, Svizzera, Spagna, Germania, Italia e Kosovo. A Scutari esistono almeno quattro grosse cosche mafiose coinvolte nel traffico di stupefacenti, organi, armi ed esseri umani. L’attività principale di questi gruppi riguarda la produzione ed il commercio della cannabis, settore nel quale tra qualche anno potrebbero ottenere il primato nella regione. Un ruolo non trascurabile lo gioca in questo senso la prossimità confinaria con i gruppi montenegrini, con i quali gli albanesi hanno stretto forti legami, e con i kosovari. Durazzo invece non solo rappresenta un decisivo nodo portuale nella fitta rete criminale che porta la cocaina dal Sud America in Europa, ma offre anche un vasto panorama di investimenti criminali nel settore alberghiero, nel commercio di auto rubate ed anche in molte attività sociali e politiche. A Valona si sono insediate le famiglie dei Caushi, dei Kakami e dei Gaxhai, attualmente in guerra tra loro per il controllo del territorio. Gli omicidi sono stati numerosi negli ultimi anni proprio a causa della lotta per la supremazia nelle rotte internazionali del commercio di armi e stupefacenti, soprattutto verso Spagna e Italia. A Fier notiamo dei gruppi qualitativamente più raffinati non tanto nel tipo di attività criminali (estorsioni e traffico di stupefacenti) quanto nel legame che li unisce, fondato non solo sul sangue ma anche sulla comunità di appartenenza ( Kosovar e Cham). Per capire gli ottimi collegamenti di questi gruppi basti pensare che nel 2017 venne arrestato in Grecia Arjan Shanaj con indosso della cocaina proveniente da un cartello colombiano. A Berat le tre cosche presenti si spartiscono le fette di mercato criminale nel settore turistico, avendo stipulato una sorta di accordo fra loro. Al contrario ad Elbasan esiste una forte conflittualità tra i gruppi criminali, certificata dall’alto numero di omicidi negli ultimi tempi; questo certifica un elevato grado di attività criminale nella città nonostante lo smantellamento delle cosche Mandela e Tan Kateshi. Si stima che qui risiedano i due gruppi più potenti dell’intera Albania, coinvolti nel traffico di cocaina attraverso l’Europa occidentale ed il Regno Unito.
Dopo una descrizione a macchia di leopardo di questo tipo e la certezza di affrontare un fenomeno criminale ben avviato e altamente integrato con i principali hub illegali dall’America Latina all’Estremo Oriente (ricordiamo anche il cosiddetto “Triangolo d’oro” della droga fra Laos, Birmania e Cina), possiamo affermare la il legame strutturale fra la piaga dell’illegalità terroristico-mafiosa e la flebile presenza statale sul territorio, soprattutto per quanto riguarda le funzioni di controllo e di amministrazione delle attività della popolazione. Laddove la crisi del tessuto socio-economico (disoccupazione, basso reddito, bassa affidabilità dei conti pubblici del paese di riferimento) si salda con la scarsa trasparenza nelle procedure e con una fiorente attività contro-statuale di mafiosi e terroristi, capace di offrire un’alternativa (seppur criminale) agli strati più poveri, troverà sempre terreno fertile un’economia sommersa, fatta di raggiri, truffe, corruzione e traffici abietti.

Di Paolo de Donno , Europeanaffairs.it

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